Non solo i politici, anche i giornalisti sono banderuole

By 19 settembre 2019Web e Comunicazione

Ne è un esempio il Corriere, che prima si è espresso per il voto, e poi ha cambiato idea col governo giallorosso.

Caro direttore, in questi giorni, a proposito della crisi politica, molti stanno giustamente sottolineando la stupefacente faccia di bronzo di tanti politici, che in queste ore stanno dicendo parole e concetti esattamente contrari a quelli che dicevano sette giorni fa e dichiarano di volere costituire un governo con forze politiche, con le quali, poche ore fa, dicevano che non avrebbero mai governato. Incredibili salti della quaglia, che non fanno che allontanare ancora di più la politica dalla gente comune, che poi sono gli elettori, che costituiscono il popolo che dovrebbe essere sovrano. Mi pare che non si possa che essere d’accordo circa questo giudizio inappellabilmente negativo nei confronti dei politici ondivaghi e irrispettosi del voto popolare.

Ma, caro direttore, mi pare che vi sia un’altra categoria nei confronti della quale potremmo dare lo stesso giudizio. Si tratta di una parte considerevole dei tuoi colleghi giornalisti, soprattutto quelli che riempiono le pagine dei cosiddetti “giornaloni”, che poi sono quelli che appartengono al grande capitale, di fronte a cui, oramai, la cosiddetta sinistra si inginocchia in modo inverecondo. Ti faccio questa amara considerazione, perché, sistemando alcune carte per riprendere in pieno l’attività post-vacanze (brevi, peraltro), mi è capitato sotto mano il Corriere della Sera del 10 giugno 2019, che, a pagina 35, riportava la risposta alla lettera di un lettore da parte dello stesso direttore del giornale, che così veniva titolata: “Se cadesse la maggioranza si dovrebbe andare al voto”. Per rafforzare il concetto, Luciano Fontana così scriveva: «Ora se l’attuale maggioranza giallo-verde dovesse cadere, credo che l’unica strada percorribile sarebbero nuove elezioni per tentare in tempi rapidi di creare una maggioranza omogenea. Non penso siano utili esperimenti tecnici, governi dei transfughi o diavolerie simili. Meglio che la parola torni agli italiani, come in Spagna e Austria». Ho riletto la risposta del direttore, perché stentavo a credere che fosse vera. Ed, invece, è proprio vera, anche se essa esprime una opinione esattamente contraria all’orientamento attuale del “Corrierone”. Anche tanti giornali ed opinionisti, quindi, hanno repentinamente cambiato idea, esattamente come i tanti politici che vengono criticati, magari, in altre pagine degli stessi giornali.

La verità è che mi pare che i grandi media si siano frettolosamente adeguati ad un pensiero e ad un desiderio che viene da fuori Italia. Giustamente, quell’uomo libero che è Giulio Sapelli, rispondendo ad una domanda, ha detto che se il nuovo governo nascerà, esso dovrà chiamarsi “governo Macron”, vista la determinazione con cui il massone francese ha lavorato per favorire la nascita del governo sedicente “Conte”. Personalmente, farei una aggiunta a quanto detto da Sapelli e cioè che il governo Macron avrà come ministro degli esteri Soros, soprattutto se il figurante ministro fosse Gentiloni (i due si sono incontrati quando l’italiano era Premier).

Triste è il futuro di un Paese se politici e giornali si alleano per oscurare la trasparenza, tanto invocata. In questi giorni, troppe cose vengono oscurate. L’unica cosa chiara è stato il twitter di Trump, a conferma che le vere cause di questa crisi (al di là degli errori di Salvini) sono da ricercare fuori d’Italia, laddove vogliono rafforzare la nostra posizione di colonia in vendita. Nascondere questa realtà mi pare irresponsabile e pericoloso.

Peppino Zola

31 agosto 2019

Non solo i politici, anche i giornalisti sono banderuole