Ambiente. Perché dirsi «green» non basta per vincere la sfida sul clima

By 30 Settembre 2019Attualità 2018

La necessità del discernimento per una vera conversione ecologica.

Diversi anni fa fece discutere la decisione di una nota rivista di ecologia di abbandonare l’uso di carta riciclata per tornare alle pagine patinate. Si era infatti scoperto che riciclare la carta produceva alte emissioni di diossina, mentre il processo di produzione tradizionale poteva essere considerato più sostenibile. Col tempo le tecniche si sono evolute e la carta riciclata è diventata un prodotto vantaggioso e a bassissimo impatto ambientale. Questo esempio può essere utile per capire che quando si parla di ecologia e di sostenibilità andrebbero sempre valutati diversi fattori. Da un lato bisognerebbe guardare più alla sostanza di una scelta che lasciarsi condizionare da automatismi frutto spesso di visioni ideologiche; dall’altro si dovrebbe però anche avere fiducia nel fatto che le buone intenzioni vanno incoraggiate affinché possano condurre a quel salto tecnologico necessario a renderle vantaggiose.

Oggi che la questione ambientale ha assunto anche in Italia la centralità che merita, può essere importante ricordare di questa piccola ma emblematica lezione. L’onda ‘green’ che sta crescendo per gli allarmi sul riscaldamento climatico e per l’impatto che determinati comportamenti di consumo hanno sul pianeta può infatti presentare rischi e opportunità che meritano attenzione e capacità di uno sguardo critico. Una questione ad esempio riguarda la possibilità che ogni azione umana finisca per essere definita dannosa per l’ambiente, secondo una pratica ossessiva che arriva a calcolare e rendicontare le emissioni di CO2 fino al gesto più innocente, al movimento più leggero, allatto più naturale che esista al mondo come è quello di generare la vita. Un altro rischio, quasi all’opposto del primo, richiama invece la capacità del mercato di trasformare una sfida vera in una grande operazione di marketing, affollando gli scaffali di prodotti e occasioni definite “green” fino a rendere impossibile orientarsi tra cosa è veramente diventato più sostenibile e cosa invece non lo è. Ma se tutto viene considerato dannoso e allo stesso tempo tutto viene presentato come ecologico, l’eventualità che a prendere piede siano pratiche suggestive ma senza reali benefici per l’ambiente diventa un rischio reale.

Azioni sostenibili e consumi responsabili hanno bisogno di verifiche e controlli. La necessità di cambiare gli stili di vita se si vuole salvare la Terra e l’Umanità

Le occasioni per riflettere su come interpretare il cambiamento necessario in effetti non mancano e fanno già discutere. È un bene, ad esempio, che Greta Thunberg – la giovane svedese all’origine dei ‘Fridays for Future’, gli scioperi degli studenti contro il climate change – abbia deciso di partecipare al vertice Onu sul clima recandosi dall’Inghilterra a New York in barca a vela, compiendo un gesto simbolico dalla forte valenza educativa, oppure avrebbe fatto meglio a salire su un volo di linea già programmato, ma con molti posti vuoti? Oppure: è meglio possedere un Suv che si usa solo per i viaggi familiari, andando però a lavorare ogni giorno con i mezzi pubblici, oppure usare regolarmente le auto del ‘car sharing’ nei centri urbani? O ancora: è più sostenibile indossare un pile realizzato con plastica riciclata, oppure evitare di recarsi in massa nel paradiso naturale che fa da sfondo alla pubblicità di quel pile?

La bilancia delle scelte sostenibili non sarà mai perfetta. L’auto elettrica è considerata il futuro della mobilità ecologica, eppure può veicolare un messaggio ambiguo: lasciar credere che la si possa usare senza limiti, quando invece richiede una grande produzione di energia per poter circolare e notevoli emissioni per essere prodotta, dunque la vera mobilità sostenibile è qualcosa di molto diverso. Lo stesso discorso vale per i condizionatori a basso consumo di energia o i monopattini elettrici che stanno invadendo le città. Anche guardando al mondo agricolo le ‘suggestioni’ non mancano. Un produttore di formaggio deciso ad alimentare le vacche in modo naturale e senza mangimi chiederà che l’alpeggio sottragga spazio al bosco, mentre sono le metropoli oggi a dover cedere alle piante parte di quanto avevano concesso al cemento.

I paradossi e le contraddizioni che emergono quando si tenta di definire un comportamento più o meno responsabile dimostrano che la sfida ambientale per essere vinta non può essere caratterizzata da uno sguardo ossessivamente giudicante, ma allo stesso tempo ha un grande bisogno scelte forti e nuove certezze. L’emergenza ambientale impone che i consumatori debbano essere messi nella condizione di poter scegliere sempre un prodotto meno inquinante o un servizio a minore impatto grazie all’innovazione, ma per questo sono necessarie anche informazioni e certificazioni trasparenti oltre che totalmente affidabili, diverse e più evolute rispetto a quanto si vede ancora in altri ambiti. È questa l’evoluzione naturale cui dovrebbero condurre i ‘Saturdays for Future’, i Sabati del consumo critico e responsabile che si stanno diffondendo dopo i ‘Venerdì per il futuro’, aiutando a maturare una consapevolezza sempre maggiore sulle azioni più virtuose.

In molte forme di ambientalismo si incontra uno sguardo privo di fiducia nella capacità umana di affrontare i problemi e risolverli insieme

Oggi sta crescendo una generazione finalmente consapevole dei rischi di comportamenti irresponsabili e individualistici, giovani che dimostrano di saper decifrare meglio delle età precedenti le correlazioni complesse che esistono tra le crisi umane e quelle ambientali, uno dei messaggi fondanti della Laudato si’. Ma è inevitabile che mentre si continua a essere soggetti attivi nel mercato ci si debba confrontare con un mutamento radicale e personale degli stili di vita e di consumo. Dall’enciclica ‘verde’ si può ricavare un elenco di buone pratiche che spaziano dalla riduzione degli sprechi al rispetto degli altri esseri viventi, dal taglio dei consumi di acqua all’azione di piantare alberi, come proposto attivamente ora dalle ‘Comunità Laudato si’’. Ed è chiaro che solo l’educazione e i buoni esempi di testimoni credibili possono aiutare le persone a trovare la strada per passare «dal consumo al sacrificio, dall’avidità alla generosità», come ha suggerito il Papa nell’enciclica citando il patriarca Bartolomeo, e poi per «rinunciare a fare della realtà un mero oggetto di uso e di dominio», secondo l’insegnamento di san Francesco. La conversione ecologica non può procedere senza confrontarsi con la dimensione della rinuncia: in una famiglia i genitori conoscono bene quanto valore abbia il risparmio per il futuro dei propri figli, allo stesso modo il mondo oggi può imparare la virtù della sobrietà per assicurarsi un destino comune.

A queste nuove generazioni dunque non va negata la speranza che vi possa essere un futuro, continuando a vivere pienamente il proprio tempo. Troppo spesso in molte forme di pseudo ambientalismo si incontra uno sguardo privo di fiducia nella capacità umana di affrontare i problemi e di risolverli insieme, una visione residuale, sterile in quanto a innovazione e creatività. Lo si vede ad esempio in chi sostiene che meno figli sono un bene per il pianeta, una prospettiva che in realtà cela spesso la difesa di una posizione di privilegio e del proprio tenore di vita. Una forma di nuovo colonialismo sociale ed etnico che trascura una verità molto più profonda: la Terra non si salva sacrificando l’Umanità, mentre è proprio il deficit di umanità che sta condannando la Terra.

Massimo Calvi

19 settembre 2019

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/perch-non-basta-dirsi-green-per-vincere-la-sfida-ambientale