CORRIERE DELLA SERA – La legge di Pechino per la City: un’agenzia cinese a Hong Kong: «Si occuperà dei sovversivi»

By 22 Giugno 2020Attualità 2018

Pubblicata la bozza della Legge sulla sicurezza nazionale cinese per l’ex colonia britannica. 66 articoli e uno scopo: normalizzare la City e giudicare chi contesta il potere centrale della Madrepatria.

Sono 66 articoli divisi in 6 capitoli. Lo scopo appare uno solo: normalizzare Hong Kong, sottoporla alla stessa (dura) Legge sulla sicurezza nazionale cinese che impedisce ai cittadini della Repubblica popolare di manifestare dissenso dall’operato del Partito-Stato. Il testo è pronto, rivisto dal Comitato permanente del Congresso del popolo di Pechino e diffuso dall’agenzia Xinhua.

Due i punti chiave: l’installazione a Hong Kong di una Agenzia di sicurezza nazionale con funzionari inviati da Pechino che raccoglieranno intelligence e potranno decidere quali reati ricadranno direttamente sotto la giurisdizione cinese. Significa che cittadini hongkonghesi (o anche residenti stranieri della City) potranno essere processati secondo la legge vigente nel resto della Cina per fatti commessi nell’ex colonia britannica, che dovrebbe invece avere un sistema giudiziario autonomo e indipendengte dal potere politico fino al 2047.

La legge prevede i crimini di «separatismo, sovversione, terrorismo e collusione con forze straniere». Secondo Pechino si tratta di stabilizzare il territorio dopo un anno di proteste anche violente, innescate nel giugno del 2019 dal tentativo della governatrice Carrie Lam di introdurre l’estradizione per reati minori. Quel provvedimento fu bloccato dalla rivolta popolare. La protesta si è poi rinsaldata con i sentimenti anti-comunisti e anche anti-cinesi. Ma ora, secondo le anticipazioni, chi si macchiasse di reati contro la sicurezza nazionale della Cina, potrebbe finire davanti ai giudici di Pechino che in materia hanno un record del 99 per cento di condanne. E la governatrice Carrie Lam avrà anche il potere di nominare giudici di scelta governativa per istruire casi di sicurezza nazionale (cinese). Significa che i magistrati internazionali che fanno parte del sistema giudiziario hongkonghese potranno essere estromessi dai processi sensibili.

La Xinhua sostiene che Pechino manterrà la giurisdizione per reati contro la sicurezza in «certe circostanze», in «casi estremamente rari». I termini sono vaghi, ma è certo che sarà la nuova Agenzia di sicurezza, dotata di una sua intelligence nel territorio ad autonomia speciale, a selezionare questi casi e a decidere come giudicarli e punirli. Secondo la Xinhua, la bozza afferma che le nuove norme avranno il sopravvento su quelle in vigore attualmente a Hong Kong, se si dovessero verificare contraddizioni. La giustizia della Cina potrà anche emettere interpretazioni giudiziarie della legge: significa che Pechino avrà l’ultima parola. Il varo della legge è previsto entro due mesi, quando sarà riconvocato il comitato permanente del Congresso. Ma forse anche prima, visto che Pechino ha fretta e sta sfruttando lo stordimento mondiale per la pandemia per accelerare le sue azioni strategiche: da Hong Kong al confine con l’India, da Taiwan al Mar cinese meridionale.

Sembra ormai una tardiva battaglia di retroguardia quella ingaggiata dagli Stati Uniti, troppo ondivaga la politica cinese di Donald Trump; dalla Gran Bretagna che pure ha promesso il passaporto a tre milioni di hongkonghesi che volessero lasciare la loro città. Timida anche l’Unione europea che guarda al grane rapporto commerciale con Pechino, anche se venerdì l’Europarlamento ha votato una risoluzione che chiede alla Commissione di Bruxelles di portare la Cina davanti alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia e chiede all’Unione di usare la leva economica per cercare di fermare la legge che annullerà la semi-autonomia e quasi-democrazia dell’ex colonia britannica.

La Legge sulla sicurezza nazionale, secondo l’opposizione democratica di Hong Kong, assesta un colpo mortale al principio «Un Paese due sistemi» che era stato negoziato tra Margaret Thatcher e Deng Xiaoping prima della restituzione della colonia alla Madrepatria cinese, con la previsione di farlo durare dal 1997 al 2047. Pechino afferma che al contrario, sono le manifestazioni continue, il clima insurrezionale che ha sconvolto la City nel 2019 e in qualche occasione anche nei mesi del coronavirus, ad aver minato il principio che la Cina è una sola. Un’unica certezza: anche se applicata con «moderazione», la Legge sulla sicurezza nazionale cinese estende a Hong Kong il potere del Partito-Stato

Guido Santevecchi

Corriere della Sera – 22 Giugno 2020