LA REPUBBLICA – Una società aperta ci salverà

By 22 Giugno 2020Attualità
La pandemia ha aggravato le diseguaglianze e ora rischiamo un conflitto tra generazioni. Eppure la soluzione c’è: credere nelle connessioni.

Ci sono cinque nodi che da anni stringono alla gola l’Italia e la stanno condannando al “sottosviluppo”. Andrebbero sciolti tutti insieme, in connessione tra loro. Con coraggio, e forse anche grazie al coronavirus. Stefano Allievi è un sociologo, insegna all’Università di Padova. È uno dei maggiori studiosi italiani di migrazioni. Le sue ricerche hanno rotto tabù, abbattuto le stupidità («gli immigrati ci tolgono il lavoro»), ridimensionato le paure.

E anche nel suo ultimo libro La spirale del sottosviluppo. Perché così l’Italia non ha futuro, edito da Laterza, ci spiega perché conviene ancora coltivare l’idea di una società aperta. Dopo il Covid e nonostante il Covid. Il libro è stato finito in piena pandemia, ma pensato prima. I cinque nodi sono la demografia, l’immigrazione, l’emigrazione, il lavoro e l’istruzione. Messi insieme raccontano il declino italiano, risolti insieme potrebbero disegnare “un’altra Italia”. Funzionano come dei vasi comunicanti. Vediamo perché.

Professore, alla fine del libro è come se lei dicesse: “Sfruttiamo il virus per arrestare il nostro lungo declino”. È così?
«Questa è diventata un’occasione da non sprecare. È stata una catastrofe che si è abbattuta su una situazione già catastrofica. Ma può diventare la spinta per assumere scelte più radicali e lungimiranti. Ecco, serve lungimiranza».

Cosa intende dire?
«Che si impongono scelte strutturali, riforme strutturali: bisogna incidere sui cinque fattori, capirne la loro interconnessione. Sono convinto che questa sia la chiave della rinascita».

Demografia, lavoro, immigrazione, emigrazione e istruzione: questioni italiane o di tutti i Paesi ad economie avanzate?
«Di tutti ma in Italia ancora di più perché nel nostro Paese gli squilibri sono maggiori. Guardi la demografia, tema sostanzialmente assente nel nostro dibattito pubblico. Eppure è una questione gigantesca, i dati sono impietosi. Abbiamo lo squilibrio demografico più alto dell’Occidente. Stiamo assistendo ad un tracollo delle nascite, abbiamo davanti proiezioni inquietanti: da qui al 2045, secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, passeremo da un rapporto di tre lavoratori attivi per due pensionati a uno a uno. In questo Paese si vendono e si venderanno più pannoloni che pannolini. Ci sono gli immigrati che coprono in parte il nostro buco demografico. Gli stessi che nel mercato del lavoro sono impiegati in attività (dalla logistica alla cura delle persone) che i nostri giovani, perlopiù diplomati, non intendono svolgere. Noi “produciamo” metà dei laureati tedeschi, sempre troppi per il nostro mercato del lavoro. Così molti emigrano per cercare occupazione ma anche sistemi di welfare più maturi. Tutto si tiene, ma tutto si paga se non si cambia: invecchiamento della popolazione, mercato del lavoro, livelli di istruzione, processi di immigrazione ed emigrazione».

Quand’è che, secondo lei, alla lungimiranza è subentrata la visione corta della classe politica così da non vedere le interconnessioni?
«È difficile rispondere perché ci sono una serie di concause tra loro correlate. Certo, tra gli anni Settanta e Ottanta si è assistito a uno spreco enorme di risorse pubbliche, si è gestito il consenso accumulando debito e, per questa via, si sono accresciute le diseguaglianze, quelle sociali e quelle generazionali. Ma è una miopia che ha riguardato tutta la classe dirigente, quella politica come quella imprenditoriale».

Quale è stato l’errore degli imprenditori?
«Pensi solo al Nord-Est dove per lungo tempo è stato relativamente facile fare impresa e fare molti soldi senza bisogno di molte competenze. C’è stato un effetto illusorio. Perché la borghesia nasce con la ricchezza e si consolida con l’istruzione. E invece c’è una impellente necessità di competenze, riorientando gli investimenti verso i settori innovativi e di maggiore crescita».

E anche così si sono consolidate le diseguaglianze: Nord-Sud, ricchi-poveri, giovani-anziani.
«Con la pandemia si sono accentuate le fratture tra garantiti e non garantiti: per i primi la priorità è stata l’emergenza sanitaria; per i secondi quella economica. Una divisione non casuale».

Il virus porterà a un confitto tra generazioni?
«Questo è un Paese anziano che pensa agli anziani che, per inciso, pesano più dei giovani nel momento del voto. Sulle prossime generazioni, già drammaticamente impoverite, è stata scaricata una quota di debito pubblico potenzialmente devastante. Se non si interviene saranno proprio le prossime generazioni a pagare il prezzo più alto».

Se ne esce con le riforme, lei dice. Ma la sola parola “riforma” oggi è percepita come vacua. Se n’è talmente abusato che nessuno crede più a progetti cosiddetti riformisti.
«Capisco che ormai la parola riforma possa far venire l’orticaria, ma resta pur sempre una bella parola: vuol dire dare una forma nuova alle cose. Le riforme vanno spiegate bene, in maniera pacata. Guardiamo, anche in questo caso, le connessioni. Ai sindaci che in alcune aree del Paese hanno alzato la barricate di fronte alla richiesta di dare asilo ai migranti bisognerebbe spiegare che quelle nuove presenze determinano una domanda di lavoro, quindi una domanda di affitti e poi un aumento dei consumi. Effetti correlati: accresce la popolazione, si favorisce la natalità, aumentano le classi nelle scuole. È la catena che può ancora impedire di finire nella spirale del sottosviluppo. Ce la possiamo fare».

22 giugno 2020
https://rep.repubblica.it/pwa/robinson/2020/06/22/news/perche_l_italia_ha_bisogno_di_connessioni-259916080/