«La pedofilia al femminile esiste. Se ne parla poco perché è un tabù»

By 2 aprile 2019Attualità 2018

La psicoterapeuta Eliana Lamberti: la vittima spesso ha paura di non essere creduto

«La pedofilia al femminile è un fenomeno assolutamente sottostimato. Invece si calcola che ogni tre casi di abuso compiuti da uomini ce ne sia uno ad opera di una donna». A spiegarlo è la psicoterapeuta Eliana Lamberti che, assieme a Loredana Petrone, è autrice del saggio Pedofilia rosa. Il crollo dell’ultimo tabù, (Edizioni Magi), pubblicato otto anni fa. Un libro che fece scalpore, tanto che l’autrice racconta: «Dopo la pubblicazione ho registrato un riscontro enorme: ho ricevuto tantissime email di persone che raccontavano di aver subito in giovane età abusi da parte di donne adulte. E anche una persona che conoscevo da anni venne da me a raccontarmi di aver vissuto la stessa esperienza. Per tutti, lo stesso comune denominatore: avevano bisogno di una valvola di sfogo, ma nessuno di loro aveva mai denunciato».

Dottoressa Lamberti, la pedofilia al femminile è davvero un fenomeno così diffuso?

«Il fenomeno purtroppo c’è, è molto diffuso e se ne parla davvero poco. Perché è un tabù, perché sono pochissime le denunce. A differenza per quel che accade per la pedofilia perpetrata dagli uomini, quando si parla di donne c’è una sorta di reticenza. Per la vittima è difficile confessare, perché è ancora più grande la paura di non essere creduto, è un qualcosa che si scontra con un retaggio culturale fortissimo che vede nella figura femminile una mamma. Chi viene a sapere di questi casi, tende a non credervi».

Da cosa trae la convinzione che i numeri reali della pedofilia al femminile siano così grandi?

«Nel libro analizziamo la letteratura mondiale. E in Italia, anzi direi in tutta Europa, siamo indietro sulle denunce rispetto al resto del mondo. I casi di donne abusanti che emergono in altri contesti sono molti di più. E questo ci fa pensare che in Europa, il fenomeno sia sottostimato, non meno diffuso».

Nell’immaginario adolescenziale, il ragazzino che ha un rapporto con una donna adulta, più che come vittima, dai coetanei è spesso visto come un privilegiato.

«Esatto. E questo rende più difficile che si denunci. Un adolescente o pre adolescente, quando si trova di fronte alle avances di una donna più grande, sa che se lo raccontasse come un abuso sarebbe probabilmente oggetto di scherno da parte dei compagni».

Ma c’è la possibilità che un pre-adolescente viva in modo appagante un rapporto con una donna molto più grande?

«Direi di no, è una convinzione diffusa ma sbagliata. Anche se il rapporto alla vittima può non sembrare una violenza, chi subisce una figura femminile più grande non ha gli strumenti per potercisi rapportare. Non è un rapporto alla pari».

Che differenze ci sono tra la pedofilia al femminile e quella compiuta dagli uomini?

«Nell’abuso femminile non sempre si arriva a concretizzare l’atto sessuale come è invece successo nel caso di Prato: le donne spesso possono essere abusanti anche senza arrivare al rapporto completo, l’abuso si può configurare in tanti modi».

Una vittima che conseguenze può maturare?

«Le conseguenze possono essere sono molto gravi e spesso possono essere trascinate per tutta la vita. Più avanti nel tempo può sviluppare delle difficoltà nella sessualità, dei problemi a confrontarsi con altre persone. Potrebbe ricercare per tutta la vita donne più grandi o non riuscire ad avere relazioni stabili».

Chi è vittima di abuso, può abusare a sua volta?

«Sì. Basti dire che le donne pedofile sono spesso state abusate a loro volta, da genitori, parenti, care giver (baby sitter, tutori, ndr), sono state oggetto di attenzioni sessuali mai elaborate fino a diventare abusanti a loro volta. È un fenomeno che abbiamo osservato tantissime volte, anche al femminile».

Nel caso di Prato, emerge che la donna frequentava siti con materiale pedopornografico. Esistono realtà al femminile anche sul web?

«Credo che il materiale sia frutto del lavoro di lobby organizzate, al maschile. Però è solo un’impressione personale, non ho fatto studi al riguardo».

Il fatto che la donna di Prato frequentasse questi siti pedopornografici fa cadere l’idea che il suo rapporto col ragazzino fosse frutto di un legame affettivo?

«Pensare che la donna adulta che si avvicina agli adolescenti sia necessariamente legata all’affettività è un altro dei tanti luoghi comuni. Il bisogno sessuale, l’attrazione, è la caratteristica comune».

Il pedofilo di solito si nasconde. La donna di Prato ha fatto un figlio concepito con l’adolescente, lo ha rivelato al marito, poi allo stesso ragazzino. Non è strano che si sia «smascherata»?

«Per capire il caso specifico bisognerebbe analizzare l’evoluzione della personalità della donna. Ma guardando alla casistica è sicuramente un caso molto particolare, se non quasi unico».

di Giulio Gori

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