EDITORIALE – Quando la “verità” irrita, imbarazza e fa sragionare le persone

By 29 novembre 2019Attualità 2018

Camminando per Roma occorrono tre occhi: uno per guardare avanti e non finire in un cumolo d’immondizie, uno per osservare in alto e accertarsi che qualche ramo penzolante non stia staccandosi e uno per osservare il selciato per evitare di inciampare in una buca e procurarsi una frattura. Ma, nonostante che questa situazione prosegua da molto tempo, la sindaca Virgilia Raggi, non sta prendendo provvedimenti per offrire sicurezza alle migliaia di persone che ogni giorno percorrono le vie dell’Urbe. E, a detta di molti, Roma è ormai ritenuta anche all’estero, una città disastrata e allo sbando. Ebbene, nonostante questa tragica e comica condizione, la sindaca ha trovato il tempo per intraprendere una brutale e odiosa guerra nei confronti di “Pro Vita & Famiglia”, colpevole unicamente di aver affermato “la verità” mediante dei manifesti appesi per la città riguardanti l’aborto, l’utero in affitto e l’eutanasia. Manifesti rimossi in poche ore. Ma, la Raggi, insoddisfatta dell’ordine dato ha denunciato l’Associazione all’ “Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria” che per i primi due casi ha ritenuto “ProVita & Famiglia” colpevole. Colpevole di cosa? Di aver affermato la verità!

Esaminiamo i tre manifesti o campagne per comprendere, sia con il buon senso che con la ragione, che tutto quello sostenuto da “ProVita & Famiglia” è veritiero.

La prima campagna era contro l’aborto. Il cartellone principale riportava un feto nel grembo, accompagnato da frasi non solo reali ma scientificamente dimostrabili. “Tu eri così a 11 settimane”: “Tutti i tuoi organi erano presenti”, “Il tuo cuore batteva già dalla terza settimana dopo il concepimento”, “Già ti succhiavi il pollice”. E, poi, la logica e innegabile conclusione: “Ora sei qui perché tua mamma non ti ha abortito”. Ebbene, l’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria, condannò l’Associazione poiché il manifesto aveva superato i “limiti della violenza semantica” e provocato uno “smodato impatto emotivo “. Per i membri dell’Istituto affermare delle verità scientifiche, è “violenza semantica”. E, la foto di un feto, procurava uno “smodato impatto emotivo”. Allora, per questi signori, dovremmo bruciare tutti i libri che trattano di gravidanza? Sospendere i programmi di medicina trasmessi dalle televisioni riguardanti la gravidanza? Abolire le ecografie?

 

La seconda campagna era in difesa dei bambini e delle donne contro l’ indecente pratica dell’Utero in affitto che umilia e mortifica la donna e il diritto del bambino a un papà e a una mamma. La campagna era stata nominata #stopalluteroinaffitto. Anche in questo caso, la solerte sindaca, incalzata da potenti lobby omosessuali, ha immediatamente ha fatto sparire i manifesti e partire una denuncia così motivata. “II messaggio e l’immagine veicolati dal cartellone violano le prescrizioni previste dal regolamento in materia di pubbliche affissioni, che vieta espressamente esposizioni pubblicitarie dal contenuto lesivo del rispetto di diritti e libertà individuali. La strumentalizzazione di un bambino e di una coppia omosessuale nell’immagine offende tutti i cittadini”. E, l’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria, soffermandosi sul bambino seminudo, marchiato sul petto con un codice a barre e con il viso straziato da un pianto disperato, ha ritenuto che questo cartellone fosse “un’offesa alla sua dignità, in contrasto con quanto previsto dall’art. 10 del (loro) Codice” che afferma: “La comunicazione commerciale non deve offendere le convinzioni morali, civili e religiose. Essa deve rispettare la dignità della persona in tutte le sue forme ed espressioni e deve evitare ogni forma di discriminazione, compresa quella di genere”. Per quanto riguarda la “discriminazione di genere”, il manifesto non ha discriminato nessuno ma era totalmente in linea con la legge 76/2016 sulle Unioni Civili che proibisce la stepchild adoption. Per quanto riguarda “l’Utero in affitto”, i due uomini raffigurati se bramavano un figlio dovevano ricorrere quella metodologia che è espressamente vietata dalla legge 40/2004, art. 12, co.6. Inoltre, nessuno può negare, che la pratica dell’Utero in affitto è un “contratto” tra una donna che mette a disposizione il proprio utero e un committente. E, i contratti, hanno come finalità anche l’acquisto di “oggetti”, nel nostro caso “un bambino”, che essendo l’oggetto di un accordo è raffigurato con un codice a barra presente su qualsiasi prodotto. Ma, i componenti dell’ Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria, accecati dal desiderio di sanzionare “il nemico”, non si sono posti alcune semplici domande. Ad esempio, la pratica dell’Utero in affitto, pubblicizzata spesso occultamente o oggetto di allocuzioni analogiche, rispetta quanto previsto dall’articolo 10 del loro codice, cioè la “dignità della persona in tutte le sue forme ed espressioni”? Come mai non si sanzionano pubblicità al riguardo?

Come afferma un proverbio della cultura popolare: “Non c’è due senza tre”, eccoci al tentativo di terza sanzione per “ProVita & Famiglia” riguardante l’eutanasia. L’Associazione è sotto processo in questi giorni, perché sempre l’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria gli ha contestato che i manifesti richiamanti la tematica dell’eutanasia sono in contrasto con gli articoli 1 e 46 del Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale. Il primo riguarda la “Lealtà della comunicazione commerciale” e il quarantasei gli “Appelli al pubblico”. Eppure, osservando anche uno solo dei manifesti, ci si rende conto che ProVita & Famiglia sono stati “più che leali” mettendo in guardia le persone dai disastri che potrebbe provocare la sentenza della Corte Costituzionale sul suicidio assistito, quando afferma che una condizione per richiederlo è la “fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che egli (il paziente) reputa intollerabili”. In questi casi potrebbero rientrare la ragazza affetta da anoressia, o il ragazzo vittima di bullismo, o persone con gravi patologie o stati di handicap. E’ vero che nei manifesti si parla di “eutanasia” e non di “suicidio assistito”, ma togliendoci le squame dagli occhi, ben comprendiamo che i due termini sono “omogenei nella sostanza”: una persona muore. L’unica differenza riguarda chi compie l’atto: l’eutanasia, l’operatore sanitario; il suicidio assistito è il malato a darsi la morte in seguito all’aiuto offertogli dal personale sanitario. L’articolo 46 del codice ritengo sia richiamato per la frase sotto la figura dei vari cartelloni: “E se fosse tuo padre, madre, marito, figlio…”. L’articolo afferma, tra l’altro, che non si deve “sfruttare indebitamente la miseria umana nuocendo alla dignità della persona, né ricorrere a richiami scioccanti tali da ingenerare ingiustificatamente allarmismi, sentimenti di paura o di grave turbamento”. Ma i componenti dell’Istituto come reagirebbero se la moglie, il marito, il figlio… decidesse di uccidersi? Starebbero passivamente ad aspettare l’evento? Non credo!

Perché succede questo? Armando Fumagalli, docente di cinema e spettacolo all’Università Cattolica di Milano, ha così risposto dopo la prima condanna di “ProVita & Famiglia”. “E’ evidentissimo che l’opposizione a questi manifesti è puramente ideologica e totalmente irrazionale proprio perché semplicemente dicono una cosa vera, non costruiscono niente di finto o di volutamente provocatorio. Se provoca, è solo perché una verità è stata cancellata ideologicamente e non la si vuole vedere” (A. Zambrato, La “guerra” per immagini che mette a nudo il totalitarismo, in La Nuova Bussola Quotidiano, 17 maggio 2018)

Le responsabilità assunte dal sindaco di Roma e dall’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria sono gravissime e ci riportano ai periodi bui dalla storia che pensavamo di aver superato, dove la manifestazione del proprio pensiero e il diritto di parole erano vietati e illeciti. Oggi, questi spauracchi, stanno ritornando e si chiamano: “politicamente corretto”, “relativismo”, “pensiero unico”, cioè il voler imporre l’assenza di differenziazioni nell’ambito delle concezioni e delle idee etiche, politiche, sociali e economiche. Ma soprattutto si vuole distruggere, sopprimere e annullare “la verità”.

Noi non temiamo nessuno poiché abbiamo dalla nostra parte la potenza della verità e della ragione, e tanti che come “ProVita & Famiglia” cui dobbiamo molto, non si lasciano intimorire. A proposito non dimentichiamo l’insegnamento del Signore Gesù: “Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv. 8,32). Certo possono tormentare il nostro corpo, possono sputarci in faccia, possono farci la vigliaccata più grossa…, ma “la verità” rimane e non tramonta, poiché nessuno ha il potere di annientarla.

www.gianmariacomolli.it

P.S. “ProVita & Famiglia” per condurre benemerite campagne e per difendersi contro menzogneri ha sostenuto e sta sostenendo spese ingenti e chiede anche la nostra solidarietà economica, per questo aggiungo gli estremi anche per una piccola donazione: Conto Corrente Bancario, Intestatario: Pro Vita e Famiglia Onlus
Banca: Cassa Rurale Alta Vallagarina – IBAN: IT89X0830535820000000058640