IL “MARTIRIO” PER IL SIGNORE GESÙ HA ACCOMPAGNO LA CHIESA PER XX SECOLI ED È ATTUALE ANCHE OGGI

By 26 Ottobre 2026Notizie Chiesa

Il martirio dei cristiani dall’inizio della Chiesa a oggi

Il martirio cristiano costituisce uno dei fenomeni più significativi e dolorosi della storia della Chiesa. Fin dalle sue origini, il cristianesimo è stato accompagnato dalla testimonianza di uomini e donne disposti a subire persecuzioni, torture e persino la morte pur di rimanere fedeli alla propria fede. Il termine “martire”, derivato dal greco “martýs” significa “testimone”. Il  martire, infatti, non è soltanto una vittima della violenza, ma colui che testimonia con la propria vita la verità in cui crede.

Le prime persecuzioni contro i cristiani ebbero luogo già nel I° secolo. Gli apostoli e i primi discepoli furono spesso osteggiati dalle autorità religiose e politiche. Secondo la tradizione, l’apostolo Giacomo fu il primo degli apostoli a subire il martirio, mentre Pietro e Paolo furono uccisi a Roma durante il regno dell’imperatore Nerone, probabilmente tra il 64 e il 67 d.C. Di seguito la persecuzione neroniana con l’incendio di Roma, trasformò i cristiani in capri espiatori. Essi furono accusati di empietà, di odio verso l’umanità e di pratiche immorali, accuse fondate su incomprensioni e pregiudizi.
Nei secoli successivi, le persecuzioni non furono sempre continue né uniformi, ma si intensificarono in diversi periodi dell’Impero romano. Gli imperatori Decio e Diocleziano imposero ai cittadini atti pubblici di culto agli dèi tradizionali e all’imperatore. I cristiani che rifiutavano di obbedire venivano imprigionati, torturati o condannati a morte. Nacquero così figure celebri come sant’Ignazio di Antiochia, san Policarpo di Smirne, santa Perpetua e santa Felicita… Le loro testimonianze, conservate negli scritti antichi, mostrano una fede vissuta con coraggio, ma anche una profonda umanità.

La situazione cambiò radicalmente con l’editto di Milano del 313, emanato da Costantino  che riconobbe ai cristiani la libertà di culto. In seguito, il cristianesimo divenne progressivamente la religione predominante dell’Impero. Ciò non significò, tuttavia, la fine del martirio. Le controversie religiose, le invasioni, i conflitti politici e l’espansione missionaria esposero molti cristiani a nuove forme di violenza.

Nel corso del Medioevo morirono missionari impegnati nell’evangelizzazione di popoli non cristiani, mentre in alcune regioni i cristiani subirono persecuzioni legate a guerre, conquiste e rivalità confessionali.

Anche l’età moderna conobbe numerosi martiri.

In Inghilterra, durante la Riforma, cattolici e protestanti furono perseguitati in periodi diversi, a seconda del sovrano al potere. In Giappone, tra il XVI e il XVII secolo, migliaia di cristiani furono sottoposti a torture e uccisi; tra essi vi furono missionari stranieri e fedeli giapponesi, spesso appartenenti a comunità clandestine. In America Latina, Africa e Asia, molti missionari e convertiti furono vittime di conflitti locali, persecuzioni politiche o opposizioni religiose.
Nel XX secolo il martirio cristiano assunse forme nuove e drammatiche. I regimi totalitari, sia di ispirazione nazista sia comunista, perseguitarono sacerdoti, religiosi e laici considerati nemici ideologici. Durante il nazismo, numerosi cristiani furono imprigionati o uccisi per aver difeso la dignità umana e denunciato le ingiustizie. Tra loro ricordiamo il pastore protestante Dietrich Bonhoeffer e il sacerdote cattolico Massimiliano Kolbe, morto ad Auschwitz dopo essersi offerto al posto di un altro prigioniero. Nei Paesi comunisti, molti membri del clero furono arrestati, deportati o eliminati.

La memoria dei martiri cristiani svolge quindi una duplice funzione.

Da un lato, conserva il ricordo delle vittime e denuncia ogni forma di persecuzione religiosa. Dall’altro, richiama i credenti alla responsabilità di vivere la fede senza odio e senza vendetta. Il martirio, nella prospettiva cristiana, non legittima la violenza, al contrario, testimonia la fedeltà alla coscienza, la difesa della verità e il perdono anche nelle circostanze più terribili.
Dall’inizio della Chiesa a oggi, la storia dei martiri mostra dunque la persistenza del conflitto tra fede e potere, ma anche la capacità della persona umana di rimanere coerente con i propri valori.

Ricordare i cristiani perseguitati significa difendere la libertà religiosa per tutti, indipendentemente dalla confessione professata. La loro testimonianza interpella la coscienza del mondo contemporaneo e invita a costruire società fondate sul rispetto, sul dialogo e sulla dignità di ogni essere umano.

La persecuzione dei cristiani “oggi” nel mondo

Anche nel XXI secolo il martirio prosegue ma purtroppo pochi ne parlano pur rappresentando  una delle più gravi violazioni della libertà religiosa e dei diritti umani.

Oltre 388 milioni di cristiani nel mondo sperimentano anche OGGI alti livelli di persecuzione e discriminazione a motivo della loro fede.

Dunque in diverse aree del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia, i cristiani sono vittime di attentati, espulsioni, rapimenti e uccisioni.

Comunità antichissime dell’Iraq, della Siria e dell’ Egitto e della Nigeria hanno subito violenze da parte di gruppi estremisti e, talvolta, di autorità incapaci o non intenzionate a proteggerle. Chiese sono distrutte, celebrazioni interrotte e famiglie costrette ad abbandonare le proprie case. Accanto alla morte violenta esistono forme quotidiane di persecuzione: discriminazioni, minacce, limitazioni della libertà religiosa e pressioni sociali.

MAPPA DELLE PERSECUZIONI

Ma esaminiamo in modo più particolareggiato la situazione.

La persecuzione può manifestarsi anzitutto attraverso leggi e politiche discriminatorie. In alcuni Paesi, i cristiani incontrano ostacoli nell’ottenere autorizzazioni per costruire chiese o celebrare pubblicamente il culto. In altri, le norme sull’apostasia o sulla blasfemia sono applicate in modo arbitrario, colpendo soprattutto le minoranze religiose. Accuse infondate possono condurre all’arresto, alla perdita del lavoro, all’emarginazione sociale o a processi privi di garanzie. Anche quando non si verificano aggressioni dirette, il controllo esercitato dalle autorità può limitare fortemente la vita delle comunità cristiane.
Particolarmente drammatica è la situazione nelle regioni in cui operano gruppi estremisti armati.

In alcune zone dell’Africa subsahariana, bande terroristiche e milizie locali attaccano villaggi, chiese e scuole, costringendo migliaia di persone a fuggire. I cristiani possono essere presi di mira per la loro fede, ma anche perché rappresentano comunità vulnerabili in contesti segnati da conflitti, povertà e instabilità politica.

Anche in Medio Oriente, dove il cristianesimo ha radici antichissime, molte comunità hanno subito un progressivo impoverimento demografico. Guerre, persecuzioni, discriminazioni e crisi economiche hanno spinto numerose famiglie a emigrare. La scomparsa dei cristiani da alcune aree non costituisce soltanto una perdita per le comunità interessate, ma anche un impoverimento culturale e storico per intere società. Le Chiese locali, infatti, hanno contribuito per secoli all’educazione, all’assistenza sanitaria e al dialogo tra gruppi religiosi diversi.
In Asia, la persecuzione assume talvolta forme legate al nazionalismo religioso. In determinati contesti, essere considerati autenticamente cittadini significa appartenere alla religione maggioritaria. I cristiani possono quindi essere accusati di rappresentare interessi stranieri o di minacciare l’identità nazionale. Ne derivano aggressioni, boicottaggi, arresti e limitazioni alle attività pastorali.

In altri Paesi, il controllo statale sulle confessioni religiose comporta sorveglianza, censura e pressioni affinché le comunità si adeguino alle direttive politiche.
È importante sottolineare che la persecuzione non riguarda soltanto episodi di violenza estrema. Essa comprende anche discriminazioni meno visibili, ma capaci di incidere profondamente sulla vita delle persone. Un cristiano può essere escluso da un impiego, privato dell’accesso all’istruzione, costretto a nascondere la propria fede o sottoposto a pressioni familiari e sociali. Le donne cristiane, inoltre, possono subire forme specifiche di abuso: matrimoni forzati, violenze sessuali e rapimenti. I bambini sono particolarmente vulnerabili, soprattutto quando vengono separati dalle famiglie o radicalizzati dai gruppi armati.

DA San Fedele…

 

San Fedele è una delle figure più antiche e venerate della tradizione cristiana lombarda. La sua memoria è legata alla diffusione del cristianesimo nell’Italia settentrionale e, in particolare al territorio comasco, dove il santo è venerato come martire.

Sebbene le notizie storiche sulla sua vita siano limitate e in parte intrecciate con elementi leggendari, la tradizione ecclesiale ne ha conservato il ricordo come esempio di fedeltà a Cristo, di coraggio e di perseveranza fino al sacrificio supremo.
Secondo la tradizione, Fedele sarebbe vissuto tra il III e il IV secolo, in un periodo nel quale il cristianesimo era ancora osteggiato dalle autorità dell’Impero romano. Il suo nome, significativo già nella forma latina “Fidelis”, richiama la virtù della fedeltà: fedeltà al Vangelo, alla comunità dei credenti e alla verità professata.  Alcune fonti lo presentano come un soldato romano convertito al cristianesimo; altre lo descrivono un evangelizzatore giunto nella regione lariana per annunciare la nuova fede.
In quegli anni, come già evidenziato, la professione pubblica del cristianesimo poteva comportare gravi conseguenze. Fedele, secondo il racconto agiografico, non rinnegò la propria fede nonostante le minacce e le persecuzioni. Per questo motivo fu costretto a fuggire e cercò rifugio nella zona del lago di Como, dove proseguì la sua opera di testimonianza.
La tradizione colloca il martirio di Fedele nei pressi di Samolaco, nell’area dell’antica valle del Lario. Qui, dopo essere stato raggiunto dai suoi persecutori, sarebbe stato ucciso. Il luogo del martirio divenne ben presto meta di venerazione e fu collegato alla memoria della prima evangelizzazione del territorio.
San Fedele divenne così un punto di riferimento per i cristiani della zona che ne invocarono la protezione e conservarono con devozione le memorie a lui legate. Nel corso dei secoli, le reliquie attribuite al santo furono trasferite e custodite in diversi luoghi. La venerazione si consolidò soprattutto a Como e la basilica di San Fedele, situata nel cuore del centro storico comasco, costituisce una delle testimonianze più significative di questo culto.
Il culto di San Fedele non si limita tuttavia alla dimensione monumentale o devozionale. La sua figura possiede un valore spirituale che conserva attualità anche nel presente. In un’epoca come quella odierna segnata da cambiamenti culturali, incertezze e pluralità di opinioni, il martire comasco richiama l’importanza della coerenza personale. La fedeltà non deve essere intesa come rigidità, ma come capacità di rimanere ancorati ai valori cristiani che non mutano, affrontando con responsabilità le difficoltà e le prove della vita.
La testimonianza di San Fedele invita inoltre a riflettere sul rapporto tra coscienza e potere. Il martire, secondo la tradizione, non si oppose con la violenza ai suoi persecutori, ma rifiutò di tradire la propria coscienza. La sua forza consistette nella fermezza, nella fiducia e nella disponibilità a pagare personalmente il prezzo delle proprie convinzioni. In questa prospettiva, il suo esempio può essere letto anche come un richiamo al rispetto della libertà religiosa e della dignità di ogni persona.

… A don Roberto Malgesini


Don Roberto Malgesini è ricordato come una figura esemplare della Chiesa italiana contemporanea, non soltanto per il ministero sacerdotale esercitato nella città di Como, ma soprattutto per la radicalità con cui ha scelto di stare accanto alle persone più fragili. La sua vicenda umana e spirituale ha suscitato profonda commozione nel Paese, trasformando la sua morte in una testimonianza capace di interrogare la coscienza collettiva sui temi della povertà, dell’accoglienza e della responsabilità verso gli ultimi.
Nel corso del suo ministero svolse diversi incarichi pastorali, ma il suo impegno si concentrò progressivamente sulle persone senza dimora, sui migranti, sui poveri e su quanti vivevano ai margini della società. La sua azione non era fondata su gesti occasionali o su una semplice assistenza materiale: nasceva da una relazione quotidiana, fatta di ascolto, rispetto e vicinanza. A Como, don Roberto, era conosciuto, tra l’altro, per la consuetudine di preparare e distribuire pasti ai senzatetto e alle persone in difficoltà. Ogni mattina si dedicava a questo servizio con discrezione senza clamore e lontano dai riflettori. Il suo modo di operare rifletteva un’idea precisa di carità cristiana: non un atto di superiorità nei confronti di chi riceve aiuto, ma un incontro tra persone, fondato sulla dignità e sull’uguaglianza. Per lui, ogni individuo conservava un valore irriducibile, indipendentemente dalla condizione economica, dalla provenienza o dalla situazione personale.
Il 15 settembre 2020, mentre si apprestava a distribuire la colazione ai poveri nei pressi della chiesa di San Rocco a Como, don Roberto fu ucciso all’età di 51 anni da Ridha Mahamoudi, che conosceva da tempo, che gli infierì numerose coltellate.

L’omicidio sconvolse profondamente la comunità locale e l’intera opinione pubblica, e la notizia apparve ancora più dolorosa perché il sacerdote fu colpito proprio nel luogo e nel momento in cui svolgeva il servizio al quale aveva dedicato tanta parte della propria vita. E, dopo la tragedia, numerose persone sottolinearono il carattere mite, riservato e instancabile di don Roberto. La sua disponibilità non era priva di consapevolezza dei rischi, ma nasceva dalla convinzione che la paura non potesse diventare una giustificazione per l’indifferenza. In questo senso, la sua esistenza può essere letta come una forma concreta di coerenza evangelica e direi anche di martirio.

Da poco il “​​Nihil obstat” da parte del Dicastero delle Cause dei Santi del Vaticano per il processo di beatificazione.

Conclusioni

 La comunità internazionale ha il dovere di affrontare questa realtà con maggiore attenzione.

La libertà religiosa è sancita dalla Dichiarazione universale dei diritti umani e comprende il diritto di credere, non credere, cambiare religione e manifestare pubblicamente le proprie convinzioni. Difendere i cristiani perseguitati non significa contrapporre una fede alle altre, ma sostenere un principio valido per tutti. Ogni violazione tollerata contro una minoranza può diventare un precedente per colpire, in seguito, altri gruppi religiosi o culturali. Per contrastare il fenomeno sono necessarie azioni concrete: pressioni diplomatiche sui governi responsabili, sanzioni mirate contro gli autori delle violenze, sostegno umanitario agli sfollati e protezione per i difensori dei diritti umani.

Anche l’informazione deve essere più equilibrata e costante.

Le notizie sulle persecuzioni rischiano di ricevere attenzione soltanto dopo attentati particolarmente sanguinosi, mentre le discriminazioni quotidiane rimangono spesso ignorate. Raccontare le storie delle vittime con precisione e rispetto aiuta a evitare l’indifferenza e rende visibili queste persone che  manifestano spesso immenso coraggio.

don Gian Maria Comolli