A.Grun, L’ARTE DI STARE SOLI, Edizione Messaggero Padova, pp. 112. Euro 17.10
Anselm Grün affronta uno dei temi più delicati e attuali dell’esperienza umana: il rapporto con la solitudine. In una società caratterizzata dalla connessione permanente, dalla rapidità delle comunicazioni e dalla continua esposizione alla vita degli altri, saper stare soli sembra diventato sempre più difficile. Eppure, secondo l’autore, la solitudine non deve essere considerata soltanto una condizione dolorosa o una mancanza da colmare. Essa può trasformarsi in uno spazio prezioso di libertà, ascolto interiore e maturazione spirituale.
Il punto di partenza della riflessione di Grün è la distinzione tra solitudine subita e solitudine scelta. La prima nasce spesso da una perdita, da un abbandono, da relazioni insoddisfacenti o dalla sensazione di non essere compresi. È un’esperienza che può generare paura, tristezza e inquietudine. La seconda, invece, viene accolta consapevolmente come occasione per ritrovare se stessi. Non si tratta di isolarsi dagli altri né di rifiutare la relazione, ma di imparare a vivere con maggiore equilibrio il rapporto tra presenza e assenza, vicinanza e distanza.
Stare soli, infatti, non significa essere necessariamente soli nel senso più doloroso del termine. Una persona può trovarsi circondata da molte persone e avvertire ugualmente un profondo vuoto interiore. Al contrario, può vivere momenti di solitudine senza sentirsi abbandonata. Grün invita pertanto a non misurare la qualità della propria vita esclusivamente sulla quantità delle relazioni, delle attività o dei contatti. La vera questione riguarda la capacità di abitare interiormente se stessi.
Questa capacità richiede anzitutto il coraggio del silenzio. Il silenzio, nella prospettiva dell’autore, non è semplice assenza di parole o di rumori, ma una dimensione nella quale l’individuo può ascoltare ciò che normalmente viene soffocato dalla fretta. Nel silenzio emergono pensieri, emozioni, desideri e paure che spesso si preferisce evitare. Per questa ragione, la solitudine può inizialmente apparire inquietante: costringe a confrontarsi con la propria verità, senza distrazioni e senza la possibilità di nascondersi dietro i ruoli sociali.
Tuttavia, proprio questo confronto può diventare l’inizio di un’autentica libertà. Chi non riesce mai a stare solo rischia di dipendere continuamente dall’approvazione altrui. Può cercare nelle relazioni una conferma costante del proprio valore, oppure utilizzare il rumore esterno per non interrogarsi sulle proprie scelte. Grün mostra invece che la solitudine consapevole aiuta a distinguere ciò che si è veramente da ciò che gli altri si aspettano. Essa permette di recuperare un centro interiore più stabile e di vivere le relazioni non per bisogno, ma per scelta.
Un aspetto importante dell’opera riguarda il rapporto tra solitudine e spiritualità. Nella tradizione cristiana, il deserto, il ritiro e la preghiera solitaria rappresentano momenti fondamentali di ricerca di Dio e di purificazione del cuore. Grün, appartenendo alla tradizione monastica benedettina, valorizza particolarmente questa dimensione. La solitudine non viene presentata come fuga dal mondo, bensì come possibilità di ritornare al mondo con uno sguardo più limpido e con una maggiore disponibilità al servizio.
La preghiera, in tale contesto, non è necessariamente fatta di molte parole. Può consistere nel semplice sostare davanti a Dio, accogliendo ciò che si è e rinunciando alla pretesa di controllare ogni cosa. La solitudine diventa così un luogo di affidamento. L’individuo comprende di non dover costruire da solo il proprio valore e di poter essere accolto anche nella fragilità, nell’incertezza e nel limite.
Il libro assume quindi anche una valenza profondamente psicologica. Imparare a stare soli significa sviluppare una relazione più benevola con se stessi. Molte persone, quando rimangono sole, si confrontano immediatamente con il senso di colpa, l’autocritica o la paura di non essere abbastanza. Grün suggerisce di sostituire il giudizio con l’accoglienza. Ciò non significa approvare ogni comportamento, ma riconoscere la propria dignità indipendentemente dai successi e dai fallimenti.
La solitudine, inoltre, può favorire la creatività. Liberata dalla continua necessità di reagire agli stimoli esterni, la persona ritrova tempo per leggere, pensare, contemplare e generare nuove idee. Anche le attività più semplici — una passeggiata, l’ascolto della musica, la cura di un giardino, la scrittura personale — possono diventare esercizi di presenza. In questo senso, l’arte di stare soli non appartiene soltanto alla sfera religiosa, ma riguarda ogni dimensione dell’esistenza.
Il messaggio di Grün non invita dunque a eliminare il bisogno degli altri. L’essere umano rimane profondamente relazionale e ha bisogno di affetto, dialogo e comunità. Tuttavia, una relazione sana presuppone persone capaci di non smarrirsi completamente nell’altro. Solo chi possiede una certa autonomia interiore può incontrare l’altro senza trasformarlo in un rimedio alla propria insicurezza.
In conclusione, *L’arte di stare soli* propone una rivalutazione della solitudine come esperienza formativa. Attraverso il silenzio, l’ascolto interiore e l’apertura spirituale, la solitudine può diventare non una prigione, ma una soglia. Essa conduce a una conoscenza più autentica di sé, a una libertà maggiore e a relazioni più mature. In un’epoca che teme il vuoto e cerca continuamente di riempirlo, la lezione di Grün invita a sostare, respirare e riconoscere che anche nel raccoglimento può nascere una presenza profonda: quella a se stessi, agli altri e a Dio.
(Anselm GRÜN, monaco benedettino dell’abbazia di Münsterschwarzach, ha dedicato la sua vita religiosa allo studio, al servizio del monastero e alla ricerca di un linguaggio nuovo in dialogo con le scienze psicologiche e pedagogiche, per comunicare i tesori dell’esperienza di fede. Le sue numerose pubblicazioni sono state tradotte in più di trenta lingue)