Papa Francesco: una “road map” per combattere con “concretezza” gli abusi, “male che affligge la Chiesa e l’umanità”

By 22 Febbraio 2019Notizie Chiesa

Un appello alla “concretezza”, declinato in 21 punti offerti ai 190 partecipanti come “punto di partenza” per affrontare, in modo sinodale, la piaga degli abusi. A rivolgerlo è stato il Papa, nella sua introduzione alla “tre giorni” in corso in Vaticano su “La protezione dei minori della Chiesa”. Il primo atto ecclesiale dell’iniziativa senza precedenti di Francesco: l’ascolto della testimonianza di cinque vittime dai cinque continenti. Le tre relazioni e il briefing della prima giornata.

“Ascoltiamo il grido dei piccoli che chiedono giustizia”… “Ci vuole concretezza”. È la parola d’ordine dell’incontro in Vaticano su “La protezione dei minori della Chiesa”, e il Papa la usa subito, fin dalla sua introduzione di apertura, per chiamare a raccolta – con un’iniziativa senza precedenti – la Chiesa intera: 190 partecipanti, dai cinque continenti, per affrontare “armati della fede e dello spirito di massima parresia, di coraggio e concretezza” questo “male che affligge la Chiesa e l’umanità”. Un crimine che assume i connotati di un mostro, se possibile, ancora più vergognoso quando miete vittime tra i più piccoli e indifesi. “Il popolo di Dio ci guarda e attende da noi non semplici e scontate condanne, ma misure concrete ed efficaci da predisporre”, dice Francesco, e consegna subito la sua piattaforma, come “punto di partenza” e non certo di arrivo: 21 punti di riflessione per agire subito, senza indugi, all’insegna della sinodalità, per “trasformare questo male in un’opportunità di consapevolezza e di purificazione” e “cercare di curare le gravi ferite che lo scandalo della pedofilia ha causato sia nei piccoli sia nei credenti”. Ma il primo atto di quelli che potremmo definire gli “Stati generali” della Chiesa per la lotta alla pedofilia – nella prima giornata di lavori, dedicata al tema della responsabilità – è l’ascolto: subito dopo le parole del Papa, e prima delle relazioni e dei gruppi di lavoro, cardinali, vescovi, sacerdoti, hanno assistito commossi e partecipi – come ha riferito durante il primo briefing il moderatore dell’incontro, padre Federico Lombardi – alla testimonianza di cinque vittime sopravvissute, in rappresentanza dei cinque continenti. Un grido unanime, crudo e brutale nella sua verità, un appello senza filtri che parte dalle ferite della carne e dell’anima per chiedere a tutta la comunità ecclesiale di farsi carico dell’orrore, perché solo insieme si può vincere la battaglia. Senza più chiudere gli occhi, con un “atto di forte responsabilità pastorale”, chiesto dal Papa durante l’Angelus pronunciato quattro giorni prima dell’incontro.

 “La mancanza di risposte da parte nostra alla sofferenza delle vittime, fino al punto di respingerle e di coprire lo scandalo al fine di proteggere gli abusatori e l’istituzione ha lacerato la nostra gente, lasciando una profonda ferita nel nostro rapporto con coloro ai quali siamo inviati per servirli”.

A denunciarlo è stato il card. Luis Antonio Tagle, arcivescovo di Manila e presidente di Caritas Internationalis, che ha tenuto la prima relazione. “Ognuno di noi ha la personale responsabilità di soccorrere le ferite nel corpo di Cristo e dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere affinché i bambini e le persone vulnerabili si sentano al sicuro nelle nostre comunità”, l’appello di Tagle, secondo il quale “curare le ferite è un atto di fede”, soprattutto nei confronti degli “innocenti che soffrono”. Non bisogna cedere alla tentazione “di scegliere tra la vittima e l’abusatore”, bisogna aiutare entrambi coniugando giustizia e perdono.

“È nostro sacro dovere proteggere il nostro popolo e garantire la giustizia di quanti siano stati abusati”, ha ribadito mons. Charles Scicluna, arcivescovo di Malta e segretario aggiunto della Congregazione per la dottrina della fede, nella seconda relazione, in cui soffermandosi sui dettagli del processo canonico, sia giudiziario che amministrativo, ha invitato i vescovi e i superiori religiosi ad “affrontare i casi che si presentano in un contesto sinodale o collegiale, per raggiungere in modo pastorale le vittime, i sacerdoti accusati, la comunità di fedeli e persino la società in generale”.

La pedofilia è una “cattiva condotta” che “è anche un reato in tutte le giurisdizioni degli Stati”: di qui la necessità di “uno spirito di collaborazione”, a beneficio sia della Chiesa sia della società in generale.

Compito del vescovo o del superiore religioso è quello di “vigilare sull’attuazione e l’esecuzione delle legittime conseguenze dei procedimenti penali”, e anche di “informare la comunità sull’esito definitivo del processo”, sia in caso di colpevolezza – la cui sentenza e pena relativa vanno “attuate senza indugio” – sia in caso di innocenza dell’imputato, perché “è molto difficile risanare il buon nome di un sacerdote che potrebbe essere stato ingiustamente accusato”. Senza contare la “cura delle vittime che sono state tradite negli aspetti più fondamentali e spirituali della loro personalità e del loro essere” e delle loro relative famiglie. Sul versante della prevenzione, Scicluna ha auspicato “protocolli di salvaguardia” e ha chiesto “corresponsabilità” nella selezione e nella presentazione del candidato alla missione di vescovo.

I 21 punti indicati dal Papa in apertura sono una “road map” per il presente e per il futuro, ha detto Scicluna nel primo briefing della “tre giorni”, annunciando che la Congregazione “sta lavorando ad un vademecum” sugli abusi, “accessibile, sullo schema domanda e risposta”, che sarà pubblicato anche sul sito pbc2019.org, inaugurato in occasione della “tre giorni” in corso ma disponibile anche per il “follow up” della lotta alla pedofilia. “Prevedere nel futuro un ruolo più importante delle vittime, anche all’interno delle nostre procedure”, l’altra proposta di Scicluna, configurando la figura di una sorta di “curatore” dei loro “interessi”.

Alla radice degli abusi non ci sono solo “deviazioni o patologie sessuali”: c’è il clericalismo.

Ne è convinto il card. Ruben Salazar Gomez, arcivescovo di Bogotá (Colombia), che nella terza e ultima relazione della prima giornata ha auspicato “un cambiamento di mentalità che si chiama conversione”. Un imperativo rivolto a tutta la Chiesa, ma in primo luogo ai suoi pastori.

M.Michela Nicolas

21 febbraio 2019

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