Dopo aver introdotto il Credo, cioè il “Simbolo Apostolico”, con la riflessione di oggi inizieremo ad analizzare le singole frasi. Partiamo dall’approfondire il termine “credo” e poi riassumeremo le “caratteristiche di Dio”.

“Credo”
Il simbolo della nostra fede inizia con un’affermazione perentoria: Credo. Questo termine è ripetuto insistentemente quattro volte e che si sviluppa, come conseguenza, in altri due verbi: professo e aspetto. Si noti che i verbi sono al presente indicativo e alla prima persona singolare. Ciò significa che il nostro credere, pur radicandosi nella comune ed unica fede della comunità credente, cioè della Chiesa, ci interpella direttamente e individualmente. Ebbene, quello cristiano, è un credere che ci investe nella nostra totalità, qui e oggi, quindi nella quotidianità. La nostra è una fede esigente, che non si accontenta di gesti ripetitivi, di preghiere e di una rigorosa osservanza di comandamenti o precetti vari, ma interpella soprattutto il cuore e la mente cioè la nostra totalità.
Dunque “credo”; cosa significa credere?
Il primo luogo è un “fidarsi” e, di conseguenza, un “aderire esistenzialmente” ad alcune verità.
Il nostro credere, pertanto, deve snodarsi su due binari: scoprire “l’oggetto della fede” in cui si crede e ciò richiede un atto intellettivo e razionale e immediatamente dopo la “risposta”. Di conseguenza non possiamo parlare di fede autentica se è carente di uno dei due elementi.
Nel Credo non si parla mai di fede in qualcosa, ma di credere in determinate realtà poiché nel verbo credere è sempre presente un dinamismo che si trasforma in azione. Ebbene, il credere, coinvolge dinamicamente tutta la vita. Nel Vangelo di Giovanni il verbo “credere” compare 89 volte mentre il termine “fede” non è presente poiché per questo evangelista il credere non unicamente un atto intellettivo ma è essenzialmente un “moto proprio” del cristiano. Quindi, “credere”, per Giovanni è un accogliere esistenzialmente il Cristo nella sua Parola. E, questa accoglienza incondizionata, innesta nel fedele la vita stessa di Dio. E, sempre nell’ottica esistenziale, il quarto Vangelo così si conclude: “Questi (fatti) sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome” (Gv. 20,31). Anche per l’evangelista Marco il credere è una risposta esistenziale ad una proposta salvifica di Dio che si è manifestata in Cristo: “Il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al vangelo.” (Mc 1,15). Dunque, il Regno di Dio, è già presente in mezzo a noi, essendo il luogo proprio dell’azione salvifica operata da Dio tra gli uomini assumendo il volto storico di Gesù Cristo. A fronte di questo annuncio salvifico l’uomo è chiamato a prendere posizione con la propria vita: “convertitevi e credete al vangelo”. I verbi posti “all’imperativo esortativo” indicano la strada obbligata per la persona: modificare il proprio modo di vivere, riorientarsi esistenzialmente a Dio aprendosi a lui con la propria vita, accogliendolo e conformando il quotidiano alle esigenze imperative di Dio.
Ebbene, quando recitiamo il “Credo” affermiamo pubblicamente la nostra disponibilità, non solo a credere nelle verità che proclamiamo ma ribadiamo la nostra disponibilità a Cristo: Via, Verità e Vita (cfr. Gv. 14,6).
“In un solo Dio”
Precisato il significato del credere, ora esaminiamo le Verità in cui dobbiamo credere.
“IN”
La preposizione italiana “in”, in latino in e in greco eis esprime non uno “stato in luogo”, quindi uno stato di quiete, bensì un “moto a luogo” perciò la particella possiede un dinamismo proprio che qualifica il nostro credere. “Credere in” non è un semplice e passivo riporre la nostra fiducia in Dio, ma esprime sopratutto il nostro andare verso Dio con tutto il nostro essere. Il credere, quindi, esprime il cammino di una vita orientata a Dio e pronta a soddisfare le sue esigenze, rivelateci in Cristo. La particella, dunque, evidenzia le modalità per relazionarci alle Verità che proclamiamo. Dunque è un muoversi esistenzialmente verso di esse accogliendole principalmente nella nostra vita affinchè la nostra esistenza divenga il luogo privilegiato dove queste dimorano e dove gli altri le possono incontrare.
“SOLO DIO”
Ebbene il primo atto di fede è riposto in “Dio“.
Come la Bibbia si apre con l’affermazione: “In principio Dio creò il cielo e la terra” (Gn. 1,1), ponendo al principio di tutto Dio, da cui tutto discende, così per il credente Dio è posto all’inizio del proprio atto di fede, riconoscendo in Lui il principio assoluto al di fuori del quale nulla esiste. Quindi il termine “solo” esprime questa unicità.
Esaminiamo il “solo” da un punto di vista dogmatico e teologico.
Per quanto riguarda l’aspetto dogmatico, è doveroso precisare che la fede cristiana riconosce “un solo” Dio, e ciò per evitare il malinteso di una triplice divinità poiché inseguito verrà nominato Gesù Cristo e lo Spirito Santo. Ecco, allora, l’obbligo di precisare che la nostra fede è rigorosamente monoteistica.
Per quanto riguarda l’aspetto teologico dobbiamo riferirci al Libro dell’ Esodo (cfr. 20,1-5) in cui Dio dopo aver affermato la sua unicità esclusiva nei confronti di Israele (“Io sono il Signore tuo Dio”), avanza la richiesta dell’esclusività assoluta (“non avrai altri dei di fronte a me”), perché prosegue: “Io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli, fino alla terza e quarta generazione …”. Quindi, il Dio di Israele, il nostro Dio è un Dio che non ama la concorrenza e desidera che il suo popolo e che il suo credente sia totalmente riservato a lui e a lui consacrato.
Questa volontà divina di “unicità esclusiva ed assoluta” dovrebbe incidere fortemente nella nostra vita e nelle nostre scelte quotidiane esigendo che siano compiute in perfetto accodo con le richieste di Dio e non contro di Lui o in sua alternativa.
Attenzione bene: questa “pretesa divina” di unicità e di esclusività non viola la nostra identità né umilia la nostra libertà, ma al contrario le esalta. Dio, infatti, vuole che l’uomo sia “pienamente se stesso”, poiché solo in tal modo egli sarà totalmente sua immagine e sua somiglianza (cfr. Gn. 1,26-27). Da ciò consegue che quando affermiamo “l’unicità di Dio”, non proclamiamo unicamente un dogma, ma ne affermiamo anche la sua signoria nella nostra vita, poiché solo così ogni individuo potrà essere totalmente sé stesso e divenire più uomo come lo era nei primordi dell’umanità.
“Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili”
“PADRE ONNIPOTENTE”
Il Dio cristiano non è anonimo e sconosciuto, o meglio una divinità inafferrabile e ineffabile, o un energia che si muove in modo imprecisato nel cosmo. Il Dio cristiano ha assunto un “triplice volto personale”: di Padre, di Figlio e di Spirito Santo. Tre persone che possiedono un’identica natura divina, che operano concordemente e che noi conosciamo nel loro singolo e personale agire essendoci stato rivelato da Cristo. Dio, quindi, ha abbandonato il suo eterno anonimato e si è rivelato nel volto storico del suo Figlio (cfr, Mt. 3,13-17; Gv. 14,8-11; 15,26; 16,13-15). In questo noi crediamo: in un unico Dio che è Padre, che è Figlio e che è Spirito Santo e queste tre entità sono “un unico Dio”.
Ovviamente e giustamente il nostro primo atto di fede viene riposto nella persona del Padre essendo il suo agire proprio di un padre. E qual’è la funzione primaria del padre, o meglio ciò che lo definisce come tale?
E’ quella del “generare”, del “trasmettere la vita”, di saperla poi “mantenere fino alla sua piena autosufficienza”, inserendo in essa “un codice suo proprio” che la conduce al suo pieno compimento. Dio, dunque, è prima di tutto Padre, cioè la sorgente stessa della vita da cui tutto discende e tutto dipende: “In principio Dio”. E’ lui che “firma” ogni sua opera con il riconoscerla “come buona” (Gn. 1,31), poiché ogni cosa è incandescente del suo amore, e avvolta nel manto della sua luce divina entro cui viene collocata (Gn. 1,3). Ma Dio, si è rivelato come Padre anche “nel generare per se stesso un popolo”, il popolo d’Israele che si è scelto in terra d’Egitto (Es. 12,7.13) e conducendolo poi ai piedi del monte Sinai, dove gli ha assegnato una nuova identità ed ha sancito con lui un’alleanza (Es. 19,4-6). La paternità di Dio trova la sua piena manifestazione e la sua piena attuazione in Cristo, ancor prima della creazione del mondo. Ricorda l’apostolo Paolo nella Lettera agli Efesini: “In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per farci santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo … nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue” (Ef. 1,4-5.7a). E, la paternità di Dio nei nostri confronti, si attuerà “per opera di Gesù Cristo” e troverà il punto culminante “nel sacrificio della croce” non disgiunta dalla risurrezione. In tal modo l’uomo è ricreato e rigenerato nella morte-risurrezione di Cristo, a lui è “accorpato” e “cristificato” per mezzo del battesimo, acquisendo così la “sua figliolanza divina” per adozione in Cristo. Ebbene, noi attraverso Cristo, “siamo diventati figli nel Figlio”, condividendo con lui l’identico Padre. Un fatto che Gesù risorto lo ricorderà alla Maddalena: “… va dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro” (Gv. 20,17b). Nel Cristo risorto, dunque, si è manifestata e pienamente attuata la paternità stessa di Dio nei riguardi dell’uomo.
Dio è un Padre da cui tutto ha tratto la sua origine, e in Lui tutto mantiene la sua sussistenza e che noi professiamo: “Onnipotente“, cioè colui che può tutto.
Ma il suo essere illimitato, perciò assoluto per definizione, è da Lui stesso “limitato” lasciando piena libertà all’uomo. Quindi Dio, non è un despota capriccioso ma un sovrano che ha deciso, nel suo regno, di “autolimitarsi” secondo leggi che lui stesso stabilite. E l’autolimitazione più forte è quella che si chiama “libero arbitrio” concesso all’uomo, cioè la facoltà che ha lasciato a tutte le creature pensanti di poter decidere e scegliere anche contro il loro Creatore. Per approfondire maggiormente il termine evidenziamo che questo vocabolo, cioè “onnipotente”, è la traduzione del termine greco “pantocrator“, composto da due parole: “panto“, che significa tutto e “krateo“, che significa dominare, regnare, signoreggiare. Quindi, “l’onnipotenza del Padre” è proclama non tanto, come già evidenziato, con un potere assoluto ed arbitrario che sfocia in tirannia ma con il dono del “Cristo risorto”, che le prime comunità credenti definirono “il Signore”, poiché in lui è presente tutta l’Onnipotenza e la Signoria del Padre.
“CREATORE DEL CIELO E DELLA TERRA…”
Non so quanti di voi hanno ammirati dal basso il Monte Bianco. Quando io contemplai quell’ immensa massa di roccia innevata, mi sono sentito una piccola formica e quella grandezza mi toglieva il fiato. Immaginate ora la massa intera del nostro pianeta di cui il Monte Bianco non è che un brufolo. E poi avete presente il pianeta Giove? Grandissimo ma al confronto con la massa del Sole, Giove è un nano. E il Sole è una stella di dimensioni “medio-piccole” rispetto ad una “galassia” che contiene miliardi di galassie come lei. La nostra mente non può concepire una immensità così vasta, può solo comprendere che chi ha creato tutto questo, chi lo fa esistere ogni secondo ci ama e si è chinato su di noi.
“…E DI TUTTE LE COSE VISIBILI E INVISIBILI”
Qualcuno ha detto: “L’essenziale è invisibile agli occhi”. Le cose invisibili, di cui parla il credo, non sono solo le gerarchie degli angeli e le sfere celesti: sono anche l’amore, il vento, la passione… Le equazioni che governano le stelle sono scritte dalla stessa mano che ha scritte quelle che governano i cuori! Dunque, le cose, ogni cosa, sono espressione della potenza di Dio e ci parlano di Dio. Di conseguenza la materia non è negativa essendo stato voluta dal Padre Celeste. Il mondo non è riprovevole poiché esiste dal nulla come compimento di un ottimo disegno. Ebbene, questo Dio onnipotente e onnisciente, ha creato tutto trasformando ogni creatura dal nulla all’essere. Scrisse san Giovanni Paolo II: “C’è forse qualcosa impossibile per il Signore?
Questo Dio, spirito infinitamente perfetto e onnisciente, è assolutamente libero e sovrano anche riguardo allo stesso atto della creazione. Se egli è il Signore di tutto ciò che crea, prima di tutto è Signore della propria volontà nell’opera della creazione. Crea perché vuole creare. Crea perché ciò corrisponde alla sua infinita sapienza. Creando agisce con l’inscrutabile pienezza della sua libertà, per impulso di amore eterno” (24 ottobre 1998).
Concludendo possiamo affermare che il mondo con tutte le creature sono positive, ovvero tendono verso il bene essendo state create per il bene. Anche quelle che fatichiamo a comprendere o magari ci fanno arrabbiare o disperare: si pensi alla malattia, alla tristezza e alla morte.
Se capissimo tutto, se sapessimo tutto, capiremmo anche il loro valore o peso ma ciò, il più delle volte non accade a causa della nostra limitatezza.
E, allora, cosa significa credere in Dio?
Significa credere in un Architetto non distante e irraggiungibile, che non abbandona il mondo dopo che l’ha creato ma è sempre presente per consolarci.